Million Dollar Baby
5 Marzo 08 di missfeelgood
“Bisogna proteggersi, sempre e comunque.”
Questo il consiglio, questa la regola.
Questo il consiglio, questa la regola.
E’ infatti proprio questa la regola sulla quale Frankie Dunn (Clint Eastwood), allenatore e manager di boxe ormai sul finire della propria carriera, decide di improntare la propria esistenza. Nella boxe è essenziale difendersi: la difesa del proprio corpo, del proprio volto, deve essere la vera meta di ogni pugile, il vero traguardo da raggiungere con tutte le proprie forze: è con la protezione di se stessi che ci si aggiudica rispetto, fama, onore.
D’altronde questa lezione Frankie l’aveva appresa diversi anni prima, 23 per la precisione, quando, rimasto senza manager alla “tarda” età di 37 anni, un pugile, Scrap, si era rivolto a lui con la speranza di accaparrarsi la possibilità di combattere per il titolo mondiale. Frankie, prestandosi da manager all’ultimo momento per realizzare il sogno del pugile, non aveva avuto modo e tempo di insegnargli il rispetto della Regola come presupposto fondamentale: nonostante i continui solleciti da parte di Frankie a gettare la spugna di fronte alla superiorità fisica ed atletica dell’avversario, Scrap decide di proseguire nell’incontro, perdendo il match, e la vista da un occhio.
Da allora Frankie non riesce a darsi pace e vive la propria esistenza nel tentativo di lenire la propria coscienza dall’angoscia successiva a quel match dall’orribile epilogo, frequentando assiduamente, e quasi morbosamente, la chiesa cattolica ed il prete che la gestisce, senza ottenere tuttavia risposte gratificanti ed utili, ma soltanto banali frasi fatte dal mero risvolto razionale.
Da questo momento in poi la Regola della boxe diventa la Regola della vita: è necessario essere prudenti sempre e comunque, in tutte le cose. Così facendo Frankie si distacca progressivamente dalla propria famiglia, dal mettersi in gioco, dalla possibilità di arrivare in alto: pur essendo un validissimo allenatore, i suoi pugili sanno perfettamente che Frankie non sarà mai in grado di procurare loro un incontro per il titolo, sanno che Frankie non sarà mai disposto a correre un rischio per loro, e non riescono proprio a capire come il “Proteggersi sempre e comunque” possa procurare più rispetto ad un pugile di una sudata e sanguinosa vittoria al match finale.
La piatta esistenza di Frankie viene scossa dall’entrata in scena di Maggie (Hilary Swank), una ragazza grintosa e determinata, che gli chiede ripetutamente di allenarla. Frankie conosce perfettamente la risposta: lui non allena ragazze, non è disposto a correre un rischio così grande, non potrà mai fare di una donna di 31 anni un pugile perfetto.
E’ donna, è vecchia. Il rischio è troppo alto, Frankie decide di non correrlo.
Ma Maggie non molla: la sua situazione famigliare è troppo deprimente, squallida, torbida, per potersi rassegnare. Sa perfettamente che per poter vivere la propria vita ha bisogno di darle un senso, di trovarlo, di esporsi, e non di proteggersi: il proprio senso, Maggie, lo trova nella boxe.
Maggie non lascia mai la palestra in cui Frankie fa l’allenatore: si allena giorno e notte, e trova la compagnia di Scrap (Morgan Freeman), il pugile mezzo cieco, che ora fa le pulizie nella palestra di Frankie.
L’ostinazione di Maggie, la passione e la grinta che la ragazza trasmette, e un fortuito gioco della sorte (il miglior pugile di Frankie lo lascia in virtù di un manager più “audace”) faranno cambiare idea a Frankie e consentiranno alla ragazza di essere allenata da quest’ultimo.
Lo stile di vita di Maggie, cameriera che dedica tutta la propria esistenza solo alla boxe e alla propria affermazione, travolge completamente Frankie: uno stile di vita così antitetico al suo, così “azzardato”, ma al tempo stesso così passionale e vissuto lo attrae immensamente, facendolo cambiare, in una magnifica interpretazione di Clint Eastowwod, in pochi frame da burbero e misogeno allenatore a dolce ed affettuoso insegnante.
Il rapporto tra Frankie e Maggie diventa già da subito di fusione:ben presto la visione della boxe come fama e carriera passa i secondo piano anche per la donna: l’importante è ormai gratificare il proprio allenatore, il proprio “capo”, come lei lo chiama, l’importante è sentirsi dire “sei stata brava” alla fine dell’incontro, è sentirselo dire da lui, da Frankie, nel quale certo lei rivede il padre morto, ma non solo.
Sarebbe infatti banale interpretare il sentimento che lega Frankie e Maggie come un sentimento padre-figlia, sentimento che peraltro è assente in tutti e due (l’intero film è narrato in prima persona da Scrap, che raccoglie ogni vicenda in una lettera da spedire alla figlia di Frankie, figlia che l’ha abbandonato, e che non vuole sapere niente di lui): il sentimento che li lega è profondissimo, è l’amore che solo due persone sole, che si sono a lungo cercate, sono in grado di provare. E’ l’amore che può legare soltanto due persone che vogliono redimersi, che vogliono elevarsi, seppur in maniera così diversa. E l’amore, la solidarietà che lega due persone afflitte, è il riscatto che accomuna tutte le persone che si sono sentite, almeno una volta, come un fallimento, e che cercano disperatamente un senso, una meta, per andare avanti. Solo alla fine del film si capirà che il senso non sta nè nella boxe, nè nella difesa, ma nel loro reciproco trovarsi, nel loro reciproco lottare, nel loro reciproco proteggersi.
La narrazione prosegue con le vittorie di Maggie, soprannominata da Frankie “Mo Chúisle”, parola appartenente alla lingua gaelica, lingua che l’allenatore tanto ama, il cui significato verrà svelato soltanto alla fine del film.
Maggie vince ripetutamente, ed il rapporto tra lei e Frankie è sempre composto, sacro, puro, casto, e passano insieme giorni interi, mangiando torta al limone, e parlando della loro situazione famigliare.
Acquisendo fama, Maggie diviene ricca e può comprare una casa dignitosa per la propria famiglia, composta da madre, sorella e fratello: la famiglia di Maggie è assolutamente irriconoscente, taccagna, distaccata, rivoltante.
Nel corso della vicenda “purtroppo” Frankie si abbandona all’affetto che lo lega a Maggie, dimenticandosi di ripetere alla donna, prima del match della vittoria, che la regola principale è proteggersi, sempre.
In un combattimento contro la campionessa in gara, la più sleale pugile del campionato, Maggie abbassa la guardia e viene colpita scorrettamente. La ragazza cade pesantemente sullo sgabello, la caduta è inesorabile: Maggie da questo momento in poi è costretta a passare tutta la propria esistenza a letto, paralizzata alla spina dorsale, attaccata perennemente ad un respiratore grazie al quale respira in seguito ad una tracheotomia.
La disperazione di Frankie si alimenta di pari passo con la perdita di solarità della donna, che si rende conto dell’inesorabile vita che le aspetta. Tuttavia Maggie non perde la propria tenacia, rifiutando di dare tutti i propri soldi alla propria famiglia, che si rivela, ancora una volta, più pezzente che mai.
Le giornate di Maggie sono allietate dalla perenne compagnia di Frankie. La ragazza ad un certo punto chiede al proprio manager un favore immenso: gli chiede di staccarle il respiratore, di porre fine alle sue sofferenze.
Frankie è ovviamente contrario, non vuole uccidere l’unica ragione di vita che gli rimane, non vuole privarsi di lei, che ha dato senso a tutto. Grazie anche all’aiuto di Scrap, Frankie capisce che se morirà ora, Maggie avrà avuto una vita meravigliosa, sarà ricordata per sempre come la ragazza “irlandese” che aveva conquistato il cuore dei tifosi, come la donna pugile più determinata della storia, ma soprattutto, si ricorderà Maggie per come era un tempo, per la sua solarità, per la sua determinazione, per la sua voglia di vivere. Ed è questo che Maggie vuole lasciare a Frankie, e l’uomo lo sa bene.
Di notte Frankie si reca da Maggie, con una dose di adrenalina talmente elevata da rendere impossibile la percezione del dolore. Avvicinandosi per la prima volta veramente a lei, Frankie le stacca il respiratore, e negli ultimi attimi di vita, mentre le inietta il farmaco, le svela il significato di Mo Chúisle: significa mio tesoro, carne della mia carne.
La scena si chiude con un bacio tra i due, casto, etereo, puro, impalpabile, eterno, esattamente come il sentimento che li aveva sempre legati.
A questa scena, una delle più struggenti degli ultimi tempi, segue il ritiro di Frankie dal mondo della boxe, e le ultime riprese lasciano intendere il ritiro dell’uomo nel locale in cui amava passare del tempo con la sua Maggie, in quello stesso locale in cui i due gustavano la semplicità di una torta al limone.
Alla fine del film Frankie capisce che proteggersi non significa rinunciare alla vita, ma significa anzi vivere, vivere con tutte le proprie forze, dare corpo alle proprie certezze, sconfiggere le proprie incertezze, renderle anzi un punto di forza. Proteggersi significa proteggere in eterno le persone che ami, significa proteggere ciò che dà senso a tutto.
E nella drammaticità della situazione, Frankie capisce che l’estremo gesto di protezione di Maggie sta nel perseverare il suo ricordo, così puro, così vitale, così prezioso, così immortale, strappandolo appena in tempo dall’ineluttabile e subdola morsa della paralisi, proteggendola così dal’erosione dell’effimero.
Clint Eastowood ci insegna così, in questo mare di lacrime e dolcezza, che non c’è niente che sia scindibile, nella vita di un uomo, che bene e male sono così indissolubilmente legati che la completa rinuncia dell’uno pesa gravemente anche sull’altro, che vivere senza amore equivale a non vivere, e che, allo stesso modo, morire nell’amore dona vita eterna.
La trama è semplice ed elegante, e così forte al tempo stesso, e quello che forse il regista vuole trasmetterci, va al di là della boxe, non si avvale di artifici retorici. La vita è veramente come una torta al limone. Non mangiarla per paura che finisca, equivale a non vivere.
Assaporarla in ogni sua parte, è la regola. Sentirla intensamente è la vita. E gustarla finchè dura è il vero senso, senza rimpiangerla quando finisce, ma ricordando, ogni secondo, la squisitezza del suo sapore.
D’altronde questa lezione Frankie l’aveva appresa diversi anni prima, 23 per la precisione, quando, rimasto senza manager alla “tarda” età di 37 anni, un pugile, Scrap, si era rivolto a lui con la speranza di accaparrarsi la possibilità di combattere per il titolo mondiale. Frankie, prestandosi da manager all’ultimo momento per realizzare il sogno del pugile, non aveva avuto modo e tempo di insegnargli il rispetto della Regola come presupposto fondamentale: nonostante i continui solleciti da parte di Frankie a gettare la spugna di fronte alla superiorità fisica ed atletica dell’avversario, Scrap decide di proseguire nell’incontro, perdendo il match, e la vista da un occhio.
Da allora Frankie non riesce a darsi pace e vive la propria esistenza nel tentativo di lenire la propria coscienza dall’angoscia successiva a quel match dall’orribile epilogo, frequentando assiduamente, e quasi morbosamente, la chiesa cattolica ed il prete che la gestisce, senza ottenere tuttavia risposte gratificanti ed utili, ma soltanto banali frasi fatte dal mero risvolto razionale.
Da questo momento in poi la Regola della boxe diventa la Regola della vita: è necessario essere prudenti sempre e comunque, in tutte le cose. Così facendo Frankie si distacca progressivamente dalla propria famiglia, dal mettersi in gioco, dalla possibilità di arrivare in alto: pur essendo un validissimo allenatore, i suoi pugili sanno perfettamente che Frankie non sarà mai in grado di procurare loro un incontro per il titolo, sanno che Frankie non sarà mai disposto a correre un rischio per loro, e non riescono proprio a capire come il “Proteggersi sempre e comunque” possa procurare più rispetto ad un pugile di una sudata e sanguinosa vittoria al match finale.
La piatta esistenza di Frankie viene scossa dall’entrata in scena di Maggie (Hilary Swank), una ragazza grintosa e determinata, che gli chiede ripetutamente di allenarla. Frankie conosce perfettamente la risposta: lui non allena ragazze, non è disposto a correre un rischio così grande, non potrà mai fare di una donna di 31 anni un pugile perfetto.
E’ donna, è vecchia. Il rischio è troppo alto, Frankie decide di non correrlo.
Ma Maggie non molla: la sua situazione famigliare è troppo deprimente, squallida, torbida, per potersi rassegnare. Sa perfettamente che per poter vivere la propria vita ha bisogno di darle un senso, di trovarlo, di esporsi, e non di proteggersi: il proprio senso, Maggie, lo trova nella boxe.
Maggie non lascia mai la palestra in cui Frankie fa l’allenatore: si allena giorno e notte, e trova la compagnia di Scrap (Morgan Freeman), il pugile mezzo cieco, che ora fa le pulizie nella palestra di Frankie.
L’ostinazione di Maggie, la passione e la grinta che la ragazza trasmette, e un fortuito gioco della sorte (il miglior pugile di Frankie lo lascia in virtù di un manager più “audace”) faranno cambiare idea a Frankie e consentiranno alla ragazza di essere allenata da quest’ultimo.
Lo stile di vita di Maggie, cameriera che dedica tutta la propria esistenza solo alla boxe e alla propria affermazione, travolge completamente Frankie: uno stile di vita così antitetico al suo, così “azzardato”, ma al tempo stesso così passionale e vissuto lo attrae immensamente, facendolo cambiare, in una magnifica interpretazione di Clint Eastowwod, in pochi frame da burbero e misogeno allenatore a dolce ed affettuoso insegnante.
Il rapporto tra Frankie e Maggie diventa già da subito di fusione:ben presto la visione della boxe come fama e carriera passa i secondo piano anche per la donna: l’importante è ormai gratificare il proprio allenatore, il proprio “capo”, come lei lo chiama, l’importante è sentirsi dire “sei stata brava” alla fine dell’incontro, è sentirselo dire da lui, da Frankie, nel quale certo lei rivede il padre morto, ma non solo.
Sarebbe infatti banale interpretare il sentimento che lega Frankie e Maggie come un sentimento padre-figlia, sentimento che peraltro è assente in tutti e due (l’intero film è narrato in prima persona da Scrap, che raccoglie ogni vicenda in una lettera da spedire alla figlia di Frankie, figlia che l’ha abbandonato, e che non vuole sapere niente di lui): il sentimento che li lega è profondissimo, è l’amore che solo due persone sole, che si sono a lungo cercate, sono in grado di provare. E’ l’amore che può legare soltanto due persone che vogliono redimersi, che vogliono elevarsi, seppur in maniera così diversa. E l’amore, la solidarietà che lega due persone afflitte, è il riscatto che accomuna tutte le persone che si sono sentite, almeno una volta, come un fallimento, e che cercano disperatamente un senso, una meta, per andare avanti. Solo alla fine del film si capirà che il senso non sta nè nella boxe, nè nella difesa, ma nel loro reciproco trovarsi, nel loro reciproco lottare, nel loro reciproco proteggersi.
La narrazione prosegue con le vittorie di Maggie, soprannominata da Frankie “Mo Chúisle”, parola appartenente alla lingua gaelica, lingua che l’allenatore tanto ama, il cui significato verrà svelato soltanto alla fine del film.
Maggie vince ripetutamente, ed il rapporto tra lei e Frankie è sempre composto, sacro, puro, casto, e passano insieme giorni interi, mangiando torta al limone, e parlando della loro situazione famigliare.
Acquisendo fama, Maggie diviene ricca e può comprare una casa dignitosa per la propria famiglia, composta da madre, sorella e fratello: la famiglia di Maggie è assolutamente irriconoscente, taccagna, distaccata, rivoltante.
Nel corso della vicenda “purtroppo” Frankie si abbandona all’affetto che lo lega a Maggie, dimenticandosi di ripetere alla donna, prima del match della vittoria, che la regola principale è proteggersi, sempre.
In un combattimento contro la campionessa in gara, la più sleale pugile del campionato, Maggie abbassa la guardia e viene colpita scorrettamente. La ragazza cade pesantemente sullo sgabello, la caduta è inesorabile: Maggie da questo momento in poi è costretta a passare tutta la propria esistenza a letto, paralizzata alla spina dorsale, attaccata perennemente ad un respiratore grazie al quale respira in seguito ad una tracheotomia.
La disperazione di Frankie si alimenta di pari passo con la perdita di solarità della donna, che si rende conto dell’inesorabile vita che le aspetta. Tuttavia Maggie non perde la propria tenacia, rifiutando di dare tutti i propri soldi alla propria famiglia, che si rivela, ancora una volta, più pezzente che mai.
Le giornate di Maggie sono allietate dalla perenne compagnia di Frankie. La ragazza ad un certo punto chiede al proprio manager un favore immenso: gli chiede di staccarle il respiratore, di porre fine alle sue sofferenze.
Frankie è ovviamente contrario, non vuole uccidere l’unica ragione di vita che gli rimane, non vuole privarsi di lei, che ha dato senso a tutto. Grazie anche all’aiuto di Scrap, Frankie capisce che se morirà ora, Maggie avrà avuto una vita meravigliosa, sarà ricordata per sempre come la ragazza “irlandese” che aveva conquistato il cuore dei tifosi, come la donna pugile più determinata della storia, ma soprattutto, si ricorderà Maggie per come era un tempo, per la sua solarità, per la sua determinazione, per la sua voglia di vivere. Ed è questo che Maggie vuole lasciare a Frankie, e l’uomo lo sa bene.
Di notte Frankie si reca da Maggie, con una dose di adrenalina talmente elevata da rendere impossibile la percezione del dolore. Avvicinandosi per la prima volta veramente a lei, Frankie le stacca il respiratore, e negli ultimi attimi di vita, mentre le inietta il farmaco, le svela il significato di Mo Chúisle: significa mio tesoro, carne della mia carne.
La scena si chiude con un bacio tra i due, casto, etereo, puro, impalpabile, eterno, esattamente come il sentimento che li aveva sempre legati.
A questa scena, una delle più struggenti degli ultimi tempi, segue il ritiro di Frankie dal mondo della boxe, e le ultime riprese lasciano intendere il ritiro dell’uomo nel locale in cui amava passare del tempo con la sua Maggie, in quello stesso locale in cui i due gustavano la semplicità di una torta al limone.
Alla fine del film Frankie capisce che proteggersi non significa rinunciare alla vita, ma significa anzi vivere, vivere con tutte le proprie forze, dare corpo alle proprie certezze, sconfiggere le proprie incertezze, renderle anzi un punto di forza. Proteggersi significa proteggere in eterno le persone che ami, significa proteggere ciò che dà senso a tutto.
E nella drammaticità della situazione, Frankie capisce che l’estremo gesto di protezione di Maggie sta nel perseverare il suo ricordo, così puro, così vitale, così prezioso, così immortale, strappandolo appena in tempo dall’ineluttabile e subdola morsa della paralisi, proteggendola così dal’erosione dell’effimero.
Clint Eastowood ci insegna così, in questo mare di lacrime e dolcezza, che non c’è niente che sia scindibile, nella vita di un uomo, che bene e male sono così indissolubilmente legati che la completa rinuncia dell’uno pesa gravemente anche sull’altro, che vivere senza amore equivale a non vivere, e che, allo stesso modo, morire nell’amore dona vita eterna.
La trama è semplice ed elegante, e così forte al tempo stesso, e quello che forse il regista vuole trasmetterci, va al di là della boxe, non si avvale di artifici retorici. La vita è veramente come una torta al limone. Non mangiarla per paura che finisca, equivale a non vivere.
Assaporarla in ogni sua parte, è la regola. Sentirla intensamente è la vita. E gustarla finchè dura è il vero senso, senza rimpiangerla quando finisce, ma ricordando, ogni secondo, la squisitezza del suo sapore.
ooops….ho sbagliato e ho inserito il mio commento nel post vecchio invece che in questo… vabè, faccio copia e incolla pure qui… mamma che casinista che sono!!!
—————————–
Ciaooooooooo!!!
speriamo sia la volta buona… come sai avevo già tentato di commentare ma non riuscivo…
Vabè, cmq ora sono qui! Grande idea, questo blog!!! come ben sai, io adoro il cinema!!! Cioè, in realtà non sono una grande esperta, però mi piace un sacco parlare di film!
Purtroppo ancora non posso deliziarti con i miei commenti alle tue recensioni, perché di Million Dollar Baby per una serie di motivi ho visto solo il primo pezzo, mentre l’altro non lo conosco. Ma provvederò a rimediare, stai tranquilla!
Ciao collega cinefila!!!!!!!!!
avrei voluto vederlo come film..ma alla fine non l’ho mai visto deh!
cmq…
per ora ti ho fatto un banner provvisorio nel mio space, sezione EROI sotto le foto….
appena mi torna in piedi il programma di grafica lo perfezionerò
ciau M.F.
Un film meraviglioso, che quel volpone di Bruno Vespa mi ha praticamente rovinato…(mancano 5 minuti di film, c’è il “promo” di porta a porta e vespa fa: ‘ appuntamento a porta-a-porta subito dopo la fine TRAGICA del film…parleremo di eutanasia’, cioè ma si può??)
Un gran film.
E una recensione che gli rende veramente giustizia…complimenti!!
Anche se mi ha lasciato un pò perplessa sul tema dell’eutanasia..(non ho seguito poi porta a porta..:> )
nel senso: di principio sono contraria..però in questo caso non del tutto..però poi se accetti un’eccezione poi dovresti accettare sempre…
mi ha scombussolato..
Un gran regista, Clint, (oltre ad essere un ganzo…mi sono innamorata di lui nei film di Sergio Leone..poi però ho scoperto che aveva ‘qualche’ annetto in più…
e Hillary Swank…non a caso hanno vinto l’oscar..miglior film, regia, attrice protagonista e attore non protagonista (scrap)…
un capolavoro!